il blog di chiarafarigu

domenica 25 luglio 2021

25 luglio: giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Papa Francesco: ‘non dimentichiamoci di loro’

 Custodi di memoria, di tradizioni e valori. Dispensatori di saggezza, anello di congiunzione tra generazioni, ponte tra passato e presente per affrontare con maggior consapevolezza il futuro.

Sono loro, i nostri anziani. I nostri nonni.

Un tempo querce della società, oggi fragili fuscelli quando non un peso perché ‘non più indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”. Pertanto sacrificabili. Come abbiamo tristemente constatato in un anno e passa di pandemia. Sono stati loro a pagare il prezzo più alto in termini di decessi, di non accesso alle cure mediche e troppo spesso di indifferenza.

Eppure senza di loro quella ‘società produttrice’ che scalpita a dispetto di tutto e tutti andrebbe a fondo. Sono il miglior e più affidabile welfare familiare per figli e nipoti, babysitter a tempo pieno, autori di sogni profetici di questi ultimi. Non a caso Vito Dell’Aquila medaglia d’oro a Tokio di taekwondo, ha dedicato la vittoria al nonno, scomparso un mese fa perché ‘era certo che avrei vinto. Mi manca tantissimo’.

I nonni. Così preziosi eppure ‘tante, troppe volte, sono dimenticati’, ha detto Papa Francesco durante l’omelia della messa de ‘LA GIORNATA MONDIALE DEI NONNI E DEGLI ANZIANI’, giornata fortemente voluta  dal Pontefice  che la Chiesa festeggia oggi  25 luglio e negli anni prossimi si celebrerà nella quarta settimana di luglio. E’ grave dimenticarli o abbandonarli quando hanno più bisogno di amore e cure, è un male per tutta la società, ha aggiunto Bergoglio ‘non sono degli avanzi di vita, degli scarti da buttare’.

Ripropongo oggi  quanto ho scritto tempo addietro, ricordando il mio nonno speciale 

 

Come tutti i bambini anche io ho avuto i miei nonni. Quello materno è stato davvero speciale. Almeno io l’ho vissuto come tale. A cominciare dal suo nome, Federico Barbarossa.

Lo ricordo perfettamente. Baffetti alla Hitler come si usava allora, basco sulla testa per coprire la calvizie anteriore, artigiano a tutto tondo. Calzolaio, nello specifico.

Ai suoi tempi il calzolaio non si limitava a risuolare, sostituire tacchi o ricucire qualche strappo.

Lui le faceva le scarpe, nel vero senso del termine. Da cima a fondo. Scarponi per il lavoro nei campi, scarpe per la casa, per uomo  donna e bambini, scarpe eleganti per cerimonia.

La ricordo molto bene la sua bottega, nel cortile della sua casa.

Sulle pareti suole di tutte le misure, tomaie, spago e fili per cucire. E quel banco, al centro, pieno zeppo di attrezzi. Lesine, aghi, punteruoli, martelli, trincetti, raspe, vernici, colle e il piede di ferro sul quale battere, provare, mettere in forma le scarpe da costruire ex novo, da allargare o da sistemare, ancora una volta.

La società del consumismo, dell’usa e getta, non aveva ancora fatto capolino, disfarsi di un paio di scarpe era fuori da ogni immaginazione, allora.

La sua bottega, un luogo di incontro. Per fare quattro chiacchiere, farsi leggere o scrivere la lettera di un figlio partito per fare il militare, chiedere informazioni di ogni tipo.

E chi non poteva pagare, pagava in natura. Coi prodotti dell’orto o animali da allevamento.

Lo ricordo intento a lavorare nella sua bottega.

Mi insegnava i nomi degli attrezzi in italiano e in sardo e rideva quando ne sbagliavo la pronuncia o non ricordavo a cosa servissero.

Si divertiva a inventare storie. Le sue scarpe erano appartenute a principesse regine e principi azzurri. Uno dei quali sarebbe venuto un giorno a chiedere in sposa la sua nipotina, me, che negli ultimi tempi chiamava ‘Mercedina’, il diminutivo di Mercedes, mia madre.

Ricordo la sua mano. Calda e forte quando stringeva la mia.
Sì. E’ stato davvero un nonno speciale.
Il mio pensiero ieri, oggi e ancora domani è per lui. Ovunque egli sia

#papafrancesco   #nonni

Chiara Farigu

giovedì 22 luglio 2021

Scuola: riaprire in sicurezza. Vaccinazione unica soluzione?

 È il mantra di questi ultimi mesi: #riapriretutto MA in #sicurezza. In quel MA c’è tutto, o meglio niente, se poi parliamo di scuola.

Perché a parte il rinnovo di qualche arredo scolastico, come i chiacchieratissimi banchi monoposto, nulla è stato fatto.

I docenti continuano ad essere i più vecchi e i meno remunerati d’Europa, chi era ‘precario’ continuerà ad esserlo, ogni speranza di assunzione/stabilizzazione si è sciolta come neve al sole.

Le classi ‘pollaio’ non saranno più tali tra 10/15 anni in virtù della denatalità, spiegano gli analisti del settore, quindi perché sprecare tempo e risorse per anticipare un fenomeno che sarà fisiologico?  La messa in sicurezza di migliaia di edifici fatiscenti, ormai è chiaro a tutti, è e rimane una chimera.

In quanto all’efficientamento dei trasporti pubblici, da dove tutto dovrebbe cominciare, è solo una questione semantica.

Cambiamo i governi, si alternano i ministri, ma, alla fine della fiera, la scuola rimane l’ultima ruota del carro della P.A.

 Una palla al piede. Sebbene nell’agenda politica di qualunque schieramento, di maggioranza o di opposizione, venga inserita come priorità.

Non fa eccezione neppure il cosiddetto #governodeimigliori.

Che da quando si è insediato, ormai da cinque mesi, predica bene ma razzola male. E quel che è peggio, sulla riapertura, ancora oggi, è nebbia fitta. Un giorno sì e l’altro pure, il politico di turno rilascia dichiarazioni seguendo l’onda del momento, o più precisamente, del consenso.

Ma guarda caso è sempre concorde quando c’è da puntare il dito davanti ai risultati negativi di qualche studio o statistica che la riguardi.

Gli studenti italiani riscontrano difficoltà nella comprensione di un testo o negli esercizi di matematica? E’ colpa degli insegnanti che non li preparano adeguatamente.  Ed è colpa della Dad se, ai dati già preoccupanti degli anni scorsi, c’è stato un ulteriore peggioramento.

Poco importa se la Didattica a Distanza è stata uno strumento emergenziale (ma di fondamentale importanza), messo in atto dai docenti che doveva consentire, per un breve lasso di tempo, di mantenere vivo quel legame umano oltre che formativo con gli studenti in balia di se stessi nel pieno della pandemia. E ancor meno importa che a farsi carico di un lavoro straordinario, senza limiti di orario e senza alcun ritorno economico, siano stati i docenti.

E a nulla vale che le discutibili e costosissime prove Invalsi siano standardizzate e pertanto lontane anni luce dalle didattiche ‘personalizzate’ che invece devono tener conto di modalità e tempi di apprendimento di ciascun alunno/studente.

Più semplice e sbrigativo è puntare il dito sui docenti o sulla didattica da remoto se le carenze formative si dilatano e la dispersione scolastica aumenta.  Piuttosto complicato, e soprattutto costoso, è intervenire sui tanti provvedimenti che da almeno tre decenni stanno smantellando la scuola pubblica.

Non farà eccezione neanche la #riaperturainsicurezza del prossimo anno scolastico, spina nel fianco in questo periodo periodo di politici e tecnici e con settembre alle porte.

Puntare sul provvedimento più semplice e sbrigativo e naturalmente meno costoso, ovvero la vaccinazione per tutti, docenti  studenti e personale Ata, sembra l’opzione più accreditata.

E, purtroppo, anche l’unica.

Con l’obbligo per i primi. Come vorrebbe il disegno di legge presentato ieri dalla senatrice di FI, Licia Ronzulli,  presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza,  che chiama in causa il Governo e invoca il coinvolgimento dei ministri, in particolare quello all’Istruzione Patrizio Bianchi, affinché venga approvato in un arco di tempo brevissimo.  Il docente che non si vaccina o non ha completato l’iter vaccinale, sarà sospeso dal servizio e non potrà essere impiegato in altre mansioni, come le biblioteche. Nè percepirà alcuna retribuzione, recita il ddl su citato. Previste deroghe solo in caso di patologie che sconsigliano la vaccinazione.

Le polemiche, manco a dirlo, impazzano tra chi è a favore e chi da sempre è contrario a qualsiasi forma di obbligatorietà.

Vaccinazione, dunque. Fortemente raccomandata, sarebbe questo l’orientamento del CtS, o resa obbligatoria, se il ddl a firma Ronzulli venisse convertito in legge, è la via maestra al vaglio del governo. La sola ed unica soluzione per una #riaperturainsicurezza.

Con buona pace di quel che sarebbe potuto essere, ovvero una straordinaria opportunità per un radicale rinnovamento della più importante agenzia di formazione.

Un’occasione persa. L’ennesima.

#scuola  #riaprireinsicurezza

Chiara Farigu

lunedì 19 luglio 2021

Ricordando Emanuela Loi: 29 anni fa la strage di Via D’Amelio

 E lei dovrebbe difendere me? Dovrei essere io a difendere lei’.  Fu questa la prima reazione del Giudice Borsellino quando vide per la prima volta #EmanuelaLoi, la giovanissima agente di polizia in servizio come membro della sua scorta.

Era preoccupato per quelle cinque vite, il #Giudice. Non tanto per la sua.

Sapeva di essere già condannato. Era solo una questione di tempo.

Nessuno dei due riuscì a proteggere l’altro.

Cinquantasette giorni dopo la strage di #Capaci, un’autobomba con circa 100 chili di tritolo esplode in via D’Amelio uccidendo lui, il Giudice Paolo Borsellino e cinque membri della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina,  Claudio Traina e la giovanissima Emanuela.  Una delle prime donne assegnate ad una scorta in Italia e la prima agente donna della Polizia di Stato a perdere la vita in servizio.

Era il 19 luglio del 1992, esattamente 29 anni fa. Una ferita ancora aperta, tante le verità ancora sconosciute da portare a galla. Tanti i depistaggi e i silenzi di chi sa. La mafia, un cancro difficile da estirpare. ‘Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene’, era solito ribadire durante le interviste, ben consapevole che anche il silenzio, l’omertà, il girarsi dall’altra parte, uccide. Ancora più vigliaccamente.

Aveva appena 24 anni Emanuela. Sognava di diventare una maestra e di mettere su famiglia. Poi si fece tentare da un concorso per entrare in Polizia. Si preparò insieme a sua sorella ma solo lei superò tutte le prove col massimo dei voti. Aveva poco più di vent’anni quando dovette lasciare Sestu, cittadina a pochi chilometri da Cagliari dov’era nata e dove risiedeva con la famiglia, per trasferirsi a Trieste e accedere al corso di addestramento della durata di sei mesi.

Non pensava allora che quello sarebbe stato il primo (e l’ultimo)  distacco dai suoi cari e dal suo fidanzato.  Al termine del corso partì infatti per la nuova destinazione, Palermo.  Era anni difficili quelli, gli attentati mafiosi si susseguivano con una violenza inaudita, le forze dell’ordine e della magistratura erano le vittime sacrificali.

Alla famiglia Loi che viveva con crescente preoccupazione la lontananza e la divisa che Emanuela con orgoglio rappresentava, rispondeva: ‘Finché non mi mettono con Borsellino, non corro nessun pericolo. Solo con lui mi possono ammazzare’.

Mai parole furono così profetiche. Il 17 luglio, dal rientro di un periodo di ferie trascorse nella sua Sardegna, fu assegnata proprio a #PaoloBorsellino. Diventando una delle prime agenti donne assegnate ad una scorta in Italia.

Il suo compito e quello degli altri quattro agenti era proteggere il Giudice ‘un morto che cammina’, come lui stesso ebbe a definirsi. Era ben consapevole il magistrato di come fosse divenuto l’obiettivo numero 1 di Cosa Nostra e di come non ci fosse scorta capace di evitare una nuova e più cruenta strage dopo quella di Capaci.

A non sapere era solo il quando sarebbe successo. Quel 19 luglio alle ore 16,58, quando si reca in via D’Amelio per salutare l’anziana madre, com’era solito fare. E’ allora che esplode una Fiat 126 parcheggiata poco distante.

Al suo interno circa 100 chili di tritolo. Troppi per quelle vite di cui rimane solo il ricordo. E la rabbia per non avere avuto né lo Stato né altre istituzioni preposte a preservarle. Perché quella di via D’Amelio fu la più annunciata delle stragi. ‘Solo con Borsellino mi possono ammazzare’. Così è stato per Emanuela.

Così è stato per gli altri quattro della scorta.

‘Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri’. Oggi, nel giorno dell’anniversario, tante le commemorazioni  per ricordare quelle vite sacrificate. Ancora senza nome  i mandanti di quella strage.

La Giustizia e la Verità sono ancora lontane da venire.

#strageviadamelio  #paoloborsellino    #emanuelaloi

Chiara Farigu

venerdì 16 luglio 2021

Alluvione Germania, Merkel: ‘E’ una catastrofe’

 E’ stata definita #alluvionedelsecolo quella che si è abbattuta sul Nord Europa nei giorni scorsi.

Sarebbero oltre 1300 i dispersi, numero difficile da quantificare a causa del blackout che rende difficoltoso contattare i residenti che sono rimasti completamente isolati dei quali non si hanno notizie. Moltissime le persone che sono scappate senza poter prendere il cellulare. Cresce intanto il numero delle vittime:  81 i morti in Germania, 12 in Belgio.

Devastazione un po’ ovunque, strade trasformate in fiumi dalle piogge torrenziali, case distrutte, alberi crollati, macchine trascinate via dall’acqua. E le previsioni meteo non promettono miglioranti in vista.

La più colpita è la Germania, ‘è una catastrofe -ha detto la #Cancelliera Merkel- temo che non vedremo tutta la reale dimensione prima di qualche giorno’.

‘L’Italia intera si stringe nel dolore all’amico popolo tedesco con sentimenti di partecipe cordoglio per questa catastrofe. Il nostro affettuoso pensiero e la nostra solidarietà vanno alle famiglie delle numerose vittime e dei dispersi’, scrive il presidente Mattarella nel suo messaggio di cordoglio al quale si sono aggiunti molti altri del mondo politico e non solo.

Notizia in aggiornamento

#Germania   #Merkel   #alluvione

Chiara Farigu

*Immagine ansa

Morto a 44 anni l’attore Libero De Rienzo: interpretò il giornalista Siani in ‘Fortapàsc’

 Sui social,  numerosi i messaggi di cordoglio per l’improvvisa scomparsa di #Libero De Rienzo, attore tra i più talentuosi dell’ultima generazione. ‘Perdiamo un  giovane talento, un protagonista del cinema italiano che già aveva visto riconosciuta la sua arte con la doppia vittoria del David di Donatello nel 2002 e nel 2006. Il mondo della cultura italiana si stringe con affetto e cordoglio alla sua famiglia, ai suoi piccoli figli, alla moglie e a tutte le persone che lo hanno amato, stimato e apprezzato’, scrive il ministro della Cultura, Dario #Franceschini.

L’attore, 44 anni, è stato trovato ieri privo di vita, nella sua casa romana, intorno alle 22, da un amico preoccupato perché non aveva sue notizie da qualche giorno. La causa del decesso sarebbe riconducibile ad un infarto, sul suo corpo non ci sarebbero segni di violenza. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine per accertare cause e modalità del decesso, disposta anche l’autopsia.

A renderlo popolare, nel 2002, il film ‘Santa Maradona’ che gli è valso un David di Donatello come migliore attore non protagonista  e nel 2006 ‘Fortapàsc’ di Marco Risi dove ha vestito i panni del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel settembre dell’85. Un’interpretazione intensa, passionale che ha contribuito a farlo conoscere alle nuove generazioni ‘Ci ha messo l’anima in quel film, chissà ora che si diranno lassù Picchio e Giancarlo’, ha scritto il fratello del giornalista ucciso, ancora incredulo per l’improvvisa scomparsa del giovane attore napoletano.

Tra i suoi lavori più recenti ‘Smetto quando voglio’ e ‘A Tor Bella Monaca non piove mai’.

Lascia due figli piccoli e la moglie Marcella.

Nel pomeriggio la #Rai gli ha reso omaggio con ‘Smetto quando voglio’ dove interpretava Bartolomeo, il contabile della banda formata da ricercatori e accademici finiti per strada a causa della precarietà riservata ai ‘cervelli’.

#LiberoDeRienzo

#cinema

Chiara Farigu 

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lunedì 12 luglio 2021

Accadde oggi. Itri, 12 luglio 1911: la strage dei sardi che dissero no alla camorra

 Un fatto storico sconosciuto ai più, la strage dei sardi avvenuta a Itri il 12 luglio del 1911.

Nei libri di storia non ve n’è traccia e i fatti di cronaca risalenti ad un secolo fa vengono dimenticati se nessuno si cura di mantenerli vivi.

Ma se conosciuti ci aiutano a riflettere. E a sconfiggere quei pregiudizi, di cui siamo stati vittime e che ora riversiamo sugli altri, sugli “ultimi”, dimenticando che ultimi lo siamo stati anche noi sino a non molto tempo fa. E che forse, per i Paesi più evoluti e civili del nostro, continuiamo ad esserlo.

Conoscere il passato, fatto di miseria, di sacrifici, di pregiudizi, di paure verso l’altro contribuisce, o perlomeno dovrebbe contribuire, a renderci migliori. A non ripetere gli stessi errori. E’ questa la funzione della storia. Mantenere viva la memoria per evitare  che quanto di più tragico abbiamo subito possa ripetersi. E con maggiore atrocità.

Itri 1911. Allora in provincia di Caserta (oggi di Latina) era ed è nota come il paese di Frà Diavolo, al secolo Michele Pezza, il temibile brigante che si macchiò di numerosi omicidi, ma che ebbe la grazia, arruolandosi come colonnello nelle truppe di re Ferdinado IV per difendere la corona borbonica. Per quei meriti, successivamente ottenne il titolo di duca di Cassano.

A Itri, in un torrido luglio del 1911, arrivarono, perché ingaggiati regolarmente, un migliaio di giovani sardi per la costruzione del quinto tronco della ferrovia Roma-Napoli.

Giovani carichi di speranze, con alle spalle un passato di fame e di stenti. Giovani completamenti differenti dagli itrani, per cultura, lingua e orgoglio. Il loro arrivo fu preceduto da un ingombrante e fastidioso venticello che col passare dei giorni si fece più intenso e forte, un vero turbine. Il suo nome non rientra nella rosa dei venti, ma nel più vergognoso dei sentimenti che possiamo provare verso un nostro fratello: PRE-GIUDIZIO, cioè un giudizio “prematuro” o parziale perché basato sulla non conoscenza e naturalmente carico di tutta quella valenza negativa insita nel termine.

La gente del posto li guardava con sospetto mista a ostilità. Quei “sardagnoli” erano anomali, diversi, sicuramente cattivi. Forse banditi, anzi certamente banditi.

In quegli anni imperavano le teorie di Cesare Lombroso, il padre della criminologia, che aveva eretto l’anomalia fisica a segno distintivo del destino dell’uomo delinquente. E secondo la fisiognomica lombrosiana nelle vene dei Sardi, soprattutto delle “zone delinqueziali” scorreva un sangue irrimediabilmente infetto dal virus della violenza.

Teorie, fortunatamente sconfessate e rimosse dalla scienza moderna, ma sostenute con forza ai quei tempi senza che contro di loro si fossero levate voci di protesta da parte di intellettuali qualificati. Al punto che sorprese che perfino la grande scrittrice sarda, e premio Nobel per la letteratura, Grazia Deledda, avesse in qualche modo dato credito a certe ipotesi, accompagnando Lombroso attraverso le regioni della Barbagia e dell’Ogliastra, ben sapendo quali fossero gli obiettivi che le misurazioni di visi e di crani che lo studioso andava meticolosamente prendendo, si prefiggevano e quale fosse il teorema che intendeva dimostrare.

Sospetto, diffidenza, paura, ostilità. Erano questi i sentimenti degli itrani verso quei giovani sardi che cercavano un riscatto sociale attraverso un lavoro  per il quale erano stati regolarmente reclutati. Un vero clima d’odio alimentato dai politici locali, nei loro comizi,  tendente a far credere agli itrani che i sardi gli stessero rubando il lavoro e contribuissero all’incremento della criminalità.

Ma la cosa veramente insopportabile e che non mandavano giù era che quei giovani Sardi non si piegavano al pagamento del pizzo, imposto dalla camorra.

Bastò una scintilla a far scoppiare l’incendio quel 12 luglio del 1911. Una provocazione, un insulto fuori luogo “sardagnolo” (corrispondente all’odierno “scimmia africana”), da parte degli “italiani”, poi la rissa e il linciaggio. Decine di morti e di feriti. Altrettanti gli arrestati e gli espulsi. Colpevoli di non essersi piegati alla malavita organizzata.

Una brutta pagina.  Rimossa dai libri di storia. Come i nomi delle vittime, dimenticati troppo in fretta, che  simboleggiano la determinazione di un popolo che non si fa mettere i piedi in testa da niente e nessuno.

Una storia intrisa di #pregiudizio e di #razzismo. Non molto diversa da quanto accade ancora oggi in diverse città protagoniste di fatti spregevoli.

La #memoria storica va tramandata, tenuta viva, sempre. Solo ricordando le sofferenze patite in prima persona c’è la speranza che si possa evitare di commetterne a nostra volta.

Altrimenti dalla storia non s’impara niente.

E il ciclo continua, cambiano gli scenari ma non gli uomini. E neppure gli errori

#accaddeoggi  #sardegna #razzismo

Chiara Farigu

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venerdì 2 luglio 2021

Istat: è record di nuovi poveri. Mai così tanti dal 2005

 Mai tanta povertà come in questi ultimi anni. A certificarlo, periodicamente, gli istituti di statistica  Censis, Coldiretti e in ultimo, ma solo in ordine cronologico, il report dell’Istat del 16 giugno scorso con riferimento all’anno 2020.

Ad avvertire il peso, recita il Rapporto, sono poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%), ed è più consistente tra le famiglie numerose mentre l’incidenza di povertà diminuisce nelle famiglie con almeno un anziano.  In pole position il Mezzogiorno, da sempre maglia nera con le due isole maggiori, ma la crescita più ampia si registra nel Nord, dove la povertà sale al 7,6% dal 5,8% del 2019.

Dati allarmanti ma riscontrabili nella quotidianità.

Basta uscire di casa. La vedi dappertutto. Ulteriormente lievitata dopo un anno e passa di pandemia e di continui cambi di colore dovuto ai contagi che hanno imposto restrizioni e chiusure. Molte delle quali da temporanee sono diventate definitive.

Molti, troppi, i cartelli ‘Cedesi attività’ o ‘Vendesi’ affissi su saracinesche abbassate o su seconde case sulle quali gravano tasse e accise di ogni genere. Chi compra si conta sulle dita di una mano. Un mercato in crisi da troppi anni quello immobiliare.

Le coppie giovani scappano a gambe levate. Si traferiscono al Nord ma sempre più all’estero dove sperano di ritagliarsi un angolo di futuro.

Molti giovani di oggi saranno i poveri di domani. Li aspetta una vita da precari, di lavoretti a tempo, sottopagati, sfruttati all’inverosimile perché tanto se rifiuti ce n’è un altro in condizioni peggiori che accetta. Un’intera generazione è a rischio povertà. Quella che oggi vivacchia grazie al welfare familiare di genitori e nonni che provvede dove lo Stato latita.

Ma poi? Sarà sempre peggio, ci ricordano i dati impietosi della Caritas, che vedono mese dopo mese aumentare il numero di quanti si mettono in fila per aspettare un piatto caldo o un pacco di viveri da portare a casa. Perché ai ‘vecchi’ che vivevano già in equilibri precari, si aggiungono i nuovi poveri. Quelli che ha creato la pandemia. Lavoratori saltuari, autonomi, stagionali privi di ammortizzatori sociali o con insufficienti misure di sostegno.

Se alla povertà economica aggiungiamo quella educativa (preoccupano e non poco i casi di abbandono e ritardo scolastico così come la disaffezione allo studio, per molti studenti conseguenza della difficoltà a seguire da remoto le lezioni) e quella sanitaria (sono sempre più i pazienti, soprattutto anziani, costretti a rinunciare o a rinviare le cure non legate al Covid), il quadro che si delinea è a tinte fosche. A pagare pegno, i più deboli: donne, anziani e bambini. Oltre un milione, questi ultimi, vivono in povertà assoluta, sostiene Save The Children. Numero che negli ultimi 10 anni è più che triplicato.

E’ record di nuovi poveri, concordano gli analisti del settore. Conseguenza di una delle peggiori crisi economiche della storia, seconda solo alla grande depressione dei primi decenni del XX secolo.

Numeri spaventosi. Che chiamano in causa la politica affinché intervenga con provvedimenti immediati e concreti a supporto per contrastarla. Quelli attualmente vigenti (Rem) appaiono del tutto insufficienti, vista la situazione.

Occorre invertire la rotta. Prima che sia troppo tardi.
Perché la povertà non è solo mancanza di cibo o di vestiario o di cure.  E’ isolamento. Da tutto e da tutti. E’ paura del presente ma soprattutto del futuro.

Ed è proprio questo, il futuro, che politiche lungimiranti devono assicurare. Se non si vuol perdere la parte migliore della società.  La linfa vitale.

Chiara Farigu

*Immagine pixabay

giovedì 17 giugno 2021

Se li abbandoni, il bastardo sei tu

 Partire per le vacanze è un’aspirazione più che lecita. Soprattutto adesso che l’Italia riapre, dopo un anno e passa di pandemia (anche se non del tutto sconfitta) e la voglia di libertà è più forte che mai.

Ma partire liberandosi dei cuccioli a quattro zampe perché nei posti di villeggiatura dove si è scelto di andare non sono graditi, o comportano limitazioni, è da bastardi.

Inutile girarci intorno e cercare eufemismi per definire quanti abbandonano i loro amici a quattro zampe  lungo le strade o nelle campagne come fossero un sacchetto di rifiuti.

Non c’è un altro termine: bastardi.

Sono oltre 60mila i cani di ogni razza e taglia abbandonati qualche giorno prima, o durante il tragitto verso il luogo di villeggiatura, circa 80mila i gatti. Chiusi in sacchetti di plastica o legati al palo di qualche segnale stradale. Il più delle volte scaraventati dalla macchina in corsa affinché non ci sia il tempo di provar rimorso e quindi di tornare indietro.

Oppure lasciati fuori dai balconi incuranti delle temperature elevatissime dei mesi estivi, come purtroppo, troppe volte, ci hanno raccontato le cronache. Condannati a morte certa, visto che il senso d’abbandono uccide ancor più e peggio della mancanza di cibo e acqua.

L’ultimo episodio, qualche giorno fa a Mestre. Un uomo in bici viene ripreso mentre lancia nel fiume un cane dopo averlo liberato dal sacchetto di plastica. Le forze dell’ordine, prontamente allertate, non sono riuscite a salvare il cucciolo ma grazie alle immagini e al racconto dei testimoni hanno individuato il responsabile dell’ignobile atto.

Abbandonare un animale, così come tenerlo in condizioni incompatibili con la loro natura o arrecargli sofferenze è un REATO punito con multe che vanno dai 1.000 ai 10.000 euro e con l’arresto fino ad un anno (art. 727 del codice penale). Qualunque sia la motivazione. Compresa la crisi economica che negli ultimi anni ha imposto ulteriori ristrettezze e nuovi stili di vita. A pagare pegno, troppo spesso, proprio gli animali, visto che il loro sostentamento, comunque sia, richiede un costo.

Per molti cosiddetti ‘umani’, il deterrente pecuniario però non è abbastanza. Ci vorrebbe ben altro. Un cane abbandonato, è un cane spacciato. Quasi sempre.  Ce lo raccontano le cronache, anno dopo anno. Investiti dalle auto, maltrattati perché ormai randagi da soli o in branco, scacciati perché ritenuti pericolosi o  portatori di malattie.

Un cane abbandonato può inoltre morire di stenti  o di crepacuore,  perché lui un cuore ce l’ha, a differenza dei tanti, troppi umani che senza batter ciglio se ne disfano perché alle vacanze, costi quel che costi, non si rinuncia.

Se li abbandoni, il bastardo sei tu, recitava una campagna di sensibilizzazione di qualche anno fa. Slogan sempre attuale, oggi come ieri. Più di ieri.

Chiara Farigu

lunedì 7 giugno 2021

Addio a Michele Merlo, stroncato da una leucemia fulminante il cantante di ‘Amici’

 Mercoledi scorso un dolore alla testa che non gli dava tregua. Inizia così il dramma di Michele Merlo scomparso stamattina all’età di 28 anni all’Ospedale Maggiore di Bologna, dov’era ricoverato e tenuto in coma farmacologico.

Quel ‘dolore alla testa’ si saprà subito dopo era dovuta ad un’emorragia, conseguenza di una leucemia fulminante, che il giovane artista non sapeva di avere.

Le sue condizioni erano peggiorate nel corso delle ore, nella notte tra giovedi e venerdi era stato sottoposto ad un delicatissimo intervento chirurgico per via dell’emorragia cerebrale.

Era a cena da alcuni amici, mercoledi scorso, quando improvvisamente si è sentito male. Dapprima si è mostrato in stato confusionale, poi ha avuto un attacco di convulsioni e, alla fine, si è accasciato a terra.

Al pronto soccorso di Vergato, denuncia oggi il padre, dopo una visita veloce lo hanno rispedito a casa: ‘Se l’avessero visitato avrebbero visto che aveva degli ematomi. Aveva una forte emicrania da giorni, dolori al collo e placche in gola, un segnale tipico della leucemia, sintomi che un medico accorto avrebbe colto’.

Originario di Rosà, vicino a Bassano del Grappa, nel 2017 Michele, con il nome d’arte Mike Bird è uno dei finalisti di ‘Amici’ di Maria De Filippi.

‘Tutto per me’ è una delle sue canzoni più note, su Spotify supera i 4 milioni di ascolti.

La scrittura, un’altra delle sue passioni. ’Cuori stupidi’, uscito nelle librerie nello scorso autunno ha scalato le classifiche soprattutto tra i ragazzini.

Numerosi i messaggi di cordoglio da parte dei colleghi e dei suoi tantissimi fan.

Smentita dalla famiglia la falsa notizia che la sua morte sia stata una conseguenza o comunque abbia a che fare col vaccino covid: ‘Michele è stato colpito da una severa forma di leucemia fulminante con successiva emorragia cerebrale’.

Chiara Farigu

*Immagine web

domenica 30 maggio 2021

‘Io posso’: due donne sole contro la mafia. Storia surreale delle sorelle Pilliu

 La storia di Savina e Rosa Pilliu, le ‘sorelle coraggio’ che hanno vinto e sconfitto la mafia, andrebbe non solo raccontata ma urlata in tutti i luoghi e in tutte le lingue. A cominciare dalle scuole passando poi per tutte le associazioni deputate a insegnare la legalità e a non farsi sopraffare dai soprusi dei malavitosi.

È una storia di periferia/È una storia da una botta e via
È una storia sconclusionata/Una storia sbagliata, direbbe De Andrè sul ‘caso’ delle due sorelle divenute oggi un simbolo, loro malgrado.

È una storia che parte da lontano, dalla fine degli anni ’80. Tornata alla ribalta grazie al libro ‘Io posso: due donne sole contro la mafia’, scritto a quattro mai da Pif e dal giornalista Marco Lillo e già in cima alle classifiche a pochi giorni dalla sua uscita. E il cui scopo non è solo voler raccontare l’incredibile storia fatta di soprusi e di rivincita quanto di volerne cambiare il finale.

Perché, a distanza di anni, ora è lo Stato che avanza pretese e presenta il conto.

Ma andiamo con ordine. E torniamo nella Palermo degli anni ’90, quando Pietro Lo Sicco, un costruttore legato alla mafia, decide di costruire un palazzo di sette piani (diventato poi di nove piani) in via del Bersagliere, a due passi dal parco della Favorita.

Per portar a compimento la sua opera deve però acquistare il terreno e buttar giù le costruzioni esistenti. Con mezzi leciti e ancor più illeciti, ricorrendo a minacce e soprusi di ogni genere, riesce ad abbatterle tutte, tranne due, quelle delle sorelle Pilliu.

Maria Rosa e Savina, di origine sarda (il padre, sergente maggiore di Lanusei, ridente centro del nuorese, si trasferisce a Palermo per lavoro e lì mette su famiglia con Giovanna Arresu, anch’essa di origine sarda), non ci stanno. Non si piegano e anzi decidono di far valere la legge.

La loro casa e il loro negozio di dolci e prodotti tipici sardi non si tocca.  È un bene di famiglia e tale deve restare.

Dinanzi alla schiena dritta delle due sorelle, Lo Sicco, una volta sconfitto dirà: ‘Se avessi saputo che due femmine mi avrebbero fatto tutto questo danno…’. Già. Non sapeva allora di che pasta fossero forgiate le due sorelle, quando incautamente riuscì a farsi certificare, grazie all’appoggio di un assessore corrotto, l’intera proprietà del terreno.

Erano le 11,45 del 27 settembre del 1991 quando Savina e Maria Rosa decidono di passare al contrattacco, dopo anni di minacce e di tentativi piuttosto spicci messi in atto dall’imprenditore per farle sloggiare dalla loro casa.

Lo Sicco non è un malavitoso qualunque: Lui ‘è uno che può’ (loro, no)Ha le spalle ben coperte da chi può molto più di lui, può contare sul sostegno delle ‘famiglie’ di spicco di allora, inoltre possiede uno stuolo di avvocati pronti a documentare intimorire confondere. Davide contro Golia.

 Scrive Pif: ‘Immaginate queste due donne di origine sarda, rimaste sole con la madre, a Palermo, senza padre e senza nonno, senza conoscenze che girano le spalle a Lo Sicco’  e si incamminano sotto il sole’,  verso quello che un tempo si chiamava ‘il palazzo del governo’,  per denunciare le malefatte del costruttore palermitano.

Il funzionario preposto ad accogliere la denuncia dopo averle ascoltate  chiede di visionare le carte. Non ci sono dubbi: la concessione n.120 del 3 maggio 1990 rilasciata dal comune a Pietro Lo Sicco è illegale perché basata sulla falsa dichiarazione della titolarità di quei terreni che, per una quota, appartengono alla famiglia Aresu-Pilliu.

Fu l’inizio della fine per il costruttore palermitano. Una battaglia legale durata la bellezza di trenta anni. Quarantaquattro le denunce fatte, oltre 120 i milioni versati per le spese legali. Diversi i processi fatti, tanti troppi i funzionari delle istituzioni che hanno sottovalutato, finto di non vedere, ignorato il problema e ancor più vergognosamente avallato un sistema corruttivo/malavitoso.

Quando la situazione precipita e gli scavi rendono pericolanti le due casette, le Pilliu si recano in Procura. Lì incontrano un uomo che è parte della storia di questo Paese: Paolo Borsellino. Tra giugno e luglio del 1992 lo incontrano ben 4 volte.

È un anno ‘caldo’ in Sicilia. La mafia alza il tiro. In reazione al maxiprocesso, dopo che la Cassazione conferma le condanne all’ergastolo di molti mafiosi, Totò Riina incluso. Il 23 maggio nella strage di Capaci viene ucciso Giovanni Falcone. Borsellino sa bene che il prossimo sarà lui. Eppure continua a vivere la vita come prima. Sempre alla ricerca della verità. Anche con le sorelle Pilliu, uno dei pochi se non l’unico che abbia avuto la pazienza e la volontà di ascoltarle. Il quinto incontro non avverrà mai, Borsellino verrà ucciso nell’attentato di via D’Amelio.

Dopo mille peripezie giudiziarie, finalmente la luce in fondo al tunnel.

Le sorelle Pilliu ottengono l’arretramento del palazzo di alcuni metri (la cui stretta vicinanza aveva indebolito e semidistrutto la loro casa e il loro negozio) e non solo. Lo Sicco viene condannato a 7 anni per il reato di associazione mafiosa e ad un risarcimento civile pari a 750mila euro.

Fin qui tutto bene. Giustizia è fatta, verrebbe da dire. Eh, no, manco per niente. Rosa e Savina infatti non hanno ancora visto  il becco di un quattrino in quanto, dopo la condanna, all’imprenditore è stato espropriato ogni bene di sua proprietà.

Ma c’è di più. Perché dopo il danno, arriva puntuale la beffa.

Perché a presentare il conto ora è lo Stato.

Le due sorelle si sono viste recapitare una cartella esattoriale da quasi 23mila euro, pari al 3% di tasse su un risarcimento che non hanno mai ricevuto e che certamente non riceveranno mai.

E qui torniamo allo scopo del libro e alla volontà di voler cambiare il finale di questa incredibile storia. L’intero ricavato di ‘Io posso: due donne sole contro la mafia’sarà, infatti, interamente devoluto alle sorelle Pilliu, per aiutarle ad affrontare l’ennesima battaglia, chiedendo anche il godimento del fondo vittime di mafia. Sperando, dice Pif, che questa volta, la battaglia possa concludersi con un degno finale.  Anche e soprattutto per ribaltare l’ennesima richiesta percepita ancora una volta come  ‘Io posso e tu no perché io sono lo Stato e tu no’.

Lodevole iniziativa. Nulla da ridire. Tuttavia sorge spontanea una domanda: come può lo Stato avanzare pretese ben sapendo che nessun risarcimento è stato mai accreditato?

E come può sperare che domani altre Maria Rosa e Savina possano al grido di ‘Io posso, ti combatto perché tu ‘mafia sei una montagna di merda’ se poi chi dovrebbe premiarti arriva con mano rapace ad affossarti a sua volta, rendendoti vittima 2 volte?

Il degno finale dovrebbe essere lo Stato a riscriverlo e non i due autori che hanno avuto il merito di riportare alla ribalta questa storia surreale. Con al centro due donne sole. Esili ma tenaci come le canne della loro terra. Che non si spezzano benché battute dalla furia incessante del maestrale. Che a Palermo ha preso le sembianze di un costruttore legato alla mafia.

Hanno avuto la meglio loro, le 2 canne. E questo è l’insegnamento più grande. La vittoria più bella.  Col senno di poi ‘forse un solo rimpianto: non aver accettato di entrare in un programma di protezione. È lui, lo Sicco che deve andare in esilio, non noi’. Se avessimo accettato avremmo provato che lo Stato riconosceva il pericolo e le nostre difficoltà. Oggi forse sarebbe servito a dimostrare di essere vittime di mafia’, racconta Savina.

Già. Perché ora il ‘nemico’ da battere è un altro, lo Stato. Parco quando c’è da dare, avido e pressante quando c’è da prendere. Un brutto colpo per Savina. Già fiaccata nello spirito e anche nel fisico, vista la sua non più giovane età.  Maria Rosa è malata, toccherà a lei, scrivere la parola fine a questa lunga e drammatica storia. Ma stavolta non è sola. 

Chiara Farigu 

*Immagine tratta da un servizio de Le Iene

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